Quanti

La paura è un calcolo

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Raffaele Alberto Ventura 21 Luglio 2021 10 min

C'è un nodo strettissimo che lega rischio e libertà, paura e sicurezza. Il "calcolo" della paura è spesso sotteso alle nostre scelte, ma raramente ne siamo consapevoli. E se per capire quello che abbiamo vissuto con il Covid-19 fosse necessario affrontare proprio questo calcolo?

E se per capire quello che abbiamo vissuto con il Covid-19 fosse necessario andare a rileggere (e aggiornare) Walter Benjamin, Elias Canetti e Thomas Hobbes? Quando il presente irrompe nella storia, i tempi dell’editoria possono rivelarsi troppo lenti per raccontarlo; viceversa se i tempi della stampa e del web sono più rapidi, non è detto che sapranno fornire la dose di approfondimento di cui abbiamo bisogno. La pandemia festeggia il suo anno e mezzo, e malgrado il chiacchiericcio costante che l’accompagna non abbiamo ancora esaurito i temi che solleva: non solo sanitari, non solo politici, ma anche sociali, storici, filosofici. Mancano forse i luoghi per farlo adeguatamente, e non si parla soltanto di luoghi fisici ma anche degli spazi che permettano agli intellettuali di commentare il presente dalla giusta distanza, né troppo vicino né troppo lontano, né troppo presto né troppo tardi. A metà tra l’editoria, la stampa e il web, andava inventato qualcosa di nuovo: ci ha provato Einaudi con la collana digitale Quanti, che periodicamente intende offrire ai lettori una costellazione di brevi testi che orbitano attorno a un tema. A metà tra una “rivista diffusa” e una collana di ebook acquistabili separatamente.


La giusta distanza

A metà tra l’editoria, la stampa e il web, andava inventato qualcosa di nuovo: ci ha provato Einaudi con la collana digitale Quanti.

Si comincia con la speranze: tocca a Paolo Giordano, Hisham Matar, Antonella Lattanzi, Eula Biss, Ascanio Celestini, Marco Filoni aprire le danze con sei testi che reagiscono in maniera diretta o indiretta all’esperienza dalla pandemia per aprire riflessioni più ampie. Benjamin, Canetti e Hobbes sono gli autori che convoca il filosofo Filoni per aiutarci a dare un senso ai mesi appena trascorsi, nei quali siamo passati dai titoli catastrofici dei quotidiani sulla minaccia di un virus misterioso ai titoli catastrofici sul pericolo (infinitesimale) legato ai vaccini: mesi passati all’insegna della paura, che in un certo senso ha ristrutturato la nostra mentalità, abituandoci alla massima precauzione — al punto che adesso temiamo le soluzioni tanto quanto abbiamo temuto il problema. Il calcolo della paura, come si intitola il saggio di Filoni, è un esercizio complesso: perché se la paura è necessaria, non deve nemmeno essere troppa. Altrimenti ci paralizza. Ma come si calcola la “giusta misura” di paura?


Speranze e paure

Evocando Thomas Hobbes e il suo Leviatano, l’autore ci ricorda che la modernità politica è fondata sulla paura: lo Stato nasce come arbitro dei conflitti, garante della sicurezza degli individui che si associano a tal fine. Ma questa visione cupa emerge dall’esperienza delle guerre civili, che attraversano l’intera vita di Hobbes nell’Inghilterra del Seicento. Da quel momento in poi lo Stato s’impegnerà a garantire la sicurezza in ogni sfera dell’esistenza, come mostra plasticamente la sua continua espansione, sia sul piano legislativo che giurisdizionale, passando dall’incolumità fisica – la promessa che nessuno subirà una morte violenta – alle innumerevoli sicurezze di cui godiamo oggi: sicurezza nelle transazioni economiche, sicurezza sociale attraverso il welfare, presto forse anche la sicurezza di non essere offesi da qualche parola carica d’ignoranza o di odio. Passando dall’homo homini lupus all’homo homini virus, fino all’inedito lockdown del 2020, abbiamo sicuramente vissuto un salto in avanti nelle politiche della paura: eppure come ricorda Filoni la paura della peste, quel male di cui ognuno di noi può essere portatore, ha da sempre accompagnato la vita della polis. Sistematicamente nella storia le grandi epidemie hanno segnato delle trasformazioni dello Stato, forse perché soltanto lo Stato è in grado di coordinare le forze di un popolo per proteggerlo dal contagio.


Paura e modernità

Tuttavia lo Stato, lo sappiamo, può lui stesso diventare una fonte di paura. Non serve andare col pensiero alle esperienze totalitarie del Novecento, pure citate da Filoni, ma semplicemente osservare quello che succede negli Stati Uniti d’America con gli abusi della polizia, concentrati sulla minoranza nera, e con la carcerazione di massa di quella popolazione. Mettere in sicurezza la vita e la proprietà privata ha un costo enorme, quello della violenza necessaria per farlo. È questo il “calcolo” che dovremmo fare ogni volta che ci viene promesso di proteggerci da un nuovo rischio: indubbiamente sembra magnifico liberarci dalla paura, ma quanti nuovi processi, quanti nuovi arresti, quanti nuovi carcerati, quante nuove vittime farà? “Il calcolo della paura” è forse l’operazione ideologica centrale che muove le nostre società, e ogni dibattito o elezione non fa altro che ricapitolare questo calcolo, confrontando rischi diversi e proponendo di spostarli da una parte o dall’altra del corpo sociale. 


Radical Choc

Sono vane, scrive Filoni, “le illusioni illuministiche sulla modernità come epoca in cui ci si libera dalla paura”. Perché ogni sforzo che facciamo per allontanarla finisce per riportarci incessantemente a un nuova paura, e di paura in paura rischiamo d’incatenarci a qualche Leviatano. Molto meglio, quando possibile, accogliere la paura e imparare a convincerci. C’è forse una misura di paura sostenibile, ed è attorno quella che da secoli ci affanniamo a calcolare. Questa è la “speranza” di Filoni.

Un possibile “calcolo” della paura è strettamente legato all’idea di rischio. Alla riflessione di Filoni, allora, vorrei accostare quella che ho proposto nel mio Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti, su argomenti simili.

Il rischio è una cosa diversa dal pericolo, o per meglio dire il rischio è la forma che assume un pericolo quando viene trasferito nella sfera di ciò che può essere amministrato. La natura è piena di pericoli, ma è la tecnica moderna che tende a rappresentarli come rischi, ad esempio quantificandone la probabilità e attribuendo loro un costo.

Possiamo collocare con sufficiente precisione l’origine di questo approccio nell’Alto Medioevo, quando si diffuse nell’Europa mediterranea il neologismo resicum in relazione a certe imprese marittime dall’esito incerto e vennero approntati degli strumenti finanziari per proteggere armatori e commercianti, strumenti che conosciamo oggi come polizze assicurative. Insomma, il concetto di rischio accompagnò, fin dalle sue fasi seminali, l’ascesa del capitalismo: fu pensato come tale nel momento in cui si sviluppava una classe di mercanti che impegnava quantità sempre più consistenti di capitale nella speranza di un profitto futuro, esponendosi nello stesso tempo alla possibilità di subire ingenti perdite. Proprio la consapevolezza di vivere in un mondo popolato di pericoli, ma soprattutto di rischi patrimoniali che preoccupavano la classe dei commercianti, portò a una crescente domanda di sicurezza, alla quale si risponderà tra il XVI e il XVII secolo con lo sviluppo dello Stato. Il Leviatano di Thomas Hobbes, nel 1651, non faceva altro che formalizzare questa logica, mettendo la sicurezza al cuore dell’intero progetto politico moderno: gli esseri umani si associano tra loro per neutralizzare la paura reciproca. Un progetto che, segnato dalla paranoia fin dalla sua origine, individuava sempre nuovi rischi da prevenire, nutrendo in questo modo la dinamica della propria espansione.

Dai tempi del Leviatano, lo Stato si è reso necessario perché ha identificato in ogni anfratto della vita sociale dei rischi potenziali da amministrare: da principio si trattava del rischio di morte che minacciava l’uomo nello stato di natura; poi dei rischi sempre più specifici legati alla proprietà, alle transazioni commerciali, ai rapporti personali, al benessere… (…) 

Se lo Stato incarna la dimensione della prevenzione, da parte sua il Mercato incarna quella della compensazione. Se contro il pericolo si può tentare di proteggersi, evitando il danno, ragionando invece in termini di rischio quel danno si può trasferire da un sottosistema all’altro, e quindi compensarlo. Da questo punto di vista, il rischio è una lingua universale, una valuta che permette a diverse forme di pericolo di essere stimate, confrontate, soppesate, per vedersi attribuire un determinato valore di mercato. Assicurandosi contro il rischio, l’armatore genovese che avesse perduto la nave spedita presso il Sultanato mamelucco d’Egitto con il suo carico di stoffe, carta, olio e nocciole sarebbe stato risarcito della somma investita. Pur senza debellare l’incertezza materiale dell’impresa commerciale, si poteva comunque (pagando il giusto prezzo) annientare una fonte d’incertezza finanziaria.

Attraverso il modello del rischio, la possibilità del naufragio poteva essere trasferita dalla sfera della navigazione alla sfera dell’economia. Di fatto, la logica del rischio fa scivolare tutti i potenziali pericoli nella sfera economica, ed è in questa forma quantificata che la politica ambisce a gestirli tutti.


Il rischio è una lingua universale

Pubblicato originariamente su «Tuttolibri» de «La Stampa». Ringraziamo l’autore e il giornale.

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Raffaele Alberto Ventura è analista per il Groupe d’études géopolitiques di Parigi e scrive sulla rivista «Esprit», dopo avere lavorato per un decennio nel marketing presso un grande editore francese. È autore dei saggi Teoria della classe disagiata e La guerra di tutti (minimum fax 2017 e 2019). Per Einaudi ha pubblicato Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti (2020).

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Marco Filoni è professore associato di Filosofia politica presso la Link Campus University di Roma e responsabile di Treccani Libri per l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Fra i suoi ultimi libri: Anatomia di un assedio. La paura nella città (Skira 2019); Inciampi. Storie di libri, parole e scaffali (Italo Svevo 2019); Kojève mon ami (Aragno 2013); Il filosofo della domenica. La vita e il pensiero di Alexandre Kojève (Bollati Boringhieri 2008).

Marco Filoni

Il calcolo della paura


Quanti, Einaudi 2021, pp. 25

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