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Vivere sospesi tra solitudine e isolamento. Intervista a Eugenio Borgna (parte II)

G—P
Giulia Priore 24 Novembre 2021 4 min

Seconda domanda e seconda risposta dell'intervista a Eugenio Borgna sulla solitudine e i suoi contrari. È il turno della città e di come viverla senza sentirsi troppo soli.

Si fa un gran parlare di luoghi e di come riabitare i luoghi del lavoro, della casa, della natura. Può in qualche modo il luogo determinare la solitudine, o attenuarla? Più precisamente la mia domanda è se la città abbia un effetto negativo o positivo su come viviamo la solitudine (se volontaria).

EB: La pandemia ci ha fatto conoscere le profonde e sconvolgenti disuguaglianze che fanno parte della vita, nel senso che è stato possibile confrontarsi e resistere all’azione divorante del virus soprattutto per chi ha potuto vivere in piccole città e non in città metropolitane, ma in case dagli spazi che si conciliano con la solitudine e con la possibilità di trascorrere momenti di riflessione comune e personale. 

Anche per quanto riguarda la mia esperienza personale, pur avendo un appartamento a Novara, in questi mesi mi sono sentito molto più libero nella casa di campagna che abbiamo in una cittadina, Borgomanero, dotata di un grande giardino che mi ha consentito di sfuggire a quelle che sono state, facile immaginarlo, le difficoltà, le ansie, le preoccupazioni, le solitudini di chi invece vive in grandi complessi condominiali che nelle piccole città non ci sono.

La pandemia dolorosamente, ha fatto riemergere quello che solo alcuni urbanisti avevano drasticamente sottolineato: l'enorme importanza delle relazioni che ciascuno di noi ha con l'ambiente. 

Non c’è confronto allora fra i modi di vivere e le esperienze soggettive di ansia, di inquietudine, di insicurezza che si sono avute in questi mesi nelle grandi città e in particolare nelle infelici, immense periferie. Sono considerazioni quasi ovvie e che nondimeno, anche a chi, come è stato il mio destino, ha potuto scegliere fra una città non metropolitana, certo, ma comunque così immersa nel silenzio di un fiume che attraversa la piccola città e che mi ha consentito, sia in casa sia fuori casa, di condurre una vita non diversa sostanzialmente da quella che potevo svolgere prima che la pandemia dilagasse. Non è giusto che ci siano state differenze così profonde, ma il privilegio che si ha vivendo nelle piccole città, è stato anche evidenziato da grandi architetti che hanno sostenuto come nel passato, anche recentissimo, si sia dato uno sviluppo urbanistico incentrato sulle grandi città e non invece, come dovrebbe avvenire a partire da questa terribile esperienza che abbiamo fatto tutti, dalle nuove strategie urbanistiche. La pandemia ha interrotto l’incantesimo indicibilmente ingiusto di allargare smisuratamente, per ragioni anche di economia impazzita, i grandi sterminati agglomerati urbani. 


Solitudine nelle periferie

Questa domanda coglie uno degli aspetti più dolorosi e ingiusti della vita, anche se prima della pandemia non si parlava di queste cose, trascinati dalla ebbrezza e dalla follia di accrescere il numero delle grandi città, abbandonando quelle piccole e in fondo la campagna. Chi sosteneva queste tesi, prima della pandemia, era considerato nostalgico di un passato lontano oramai sorpassato dai furori della modernità. Le grandi città diventavano oggetto di impegni anche finanziari sempre crescenti che si svolgevano non tenendo conto della enorme importanza psicologica, e dunque umana, di una vita che consentisse spazi di silenzio e di verde. La pandemia dolorosamente, ha fatto riemergere quello che solo alcuni urbanisti avevano drasticamente sottolineato: l’enorme importanza delle relazioni che ciascuno di noi ha con l’ambiente. 

La mia risposta a questa seconda domanda si è snodata lungo sentieri che nel passato sembravano inconciliabili con il progresso e, ancora una volta, riemerge la drammatica importanza dei luoghi nei quali si vive.

Eugenio Borgna

In dialogo con la solitudine


Vele, pp.120

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